Aliulm
  • FOLLOW US
  • Keywords
  • Interviste
  • Anno
  • Author
  • Redazione ALIULMAG

Migliore+ Servetto Architects. L'exhibition design che fonde l'uso espressivo della luce con le nuove tecnologie

Dall’architettura al design, dalla progettazione di interni alla comunicazione integrata: lo studio Migliore+Servetto è una realtà poliedrica che riesce ad reinventarsi continuamente

Ico Migliore e Mara Servetto, Migliore+Servetto Architects, realizzano progetti pensati come interfacce attive di comunicazione tra imprese o istituzioni e persone. Architetture, interni e progetti di exhibition design caratterizzati da un uso espressivo della luce e delle nuove tecnologie.

Dall’architettura al design, dalla progettazione di interni alla comunicazione integrata: lo studio Migliore+Servetto è una realtà poliedrica che riesce ad adattarsi reinventandosi continuamente. In che modo descrivereste il vostro lavoro, dovendo contemplare tutte queste sfaccettature?
Il nostro lavoro consiste nel progettare o trasformare spazi, architetture e sistemi, in nuovi luoghi di chiara identità per chi li abita o ne può essere ospite in modo diverso.  

Le vostre opere e i vostri allestimenti dialogano con lo spazio circostante per il quale sono stati concepiti. In che modo l’ambiente esistente fornisce valore aggiunto alle vostre creazioni?
Il contesto in cui ci inseriamo è sempre parte dell’intervento. Non si può prescindere da un dialogo con la preesistenza, da un rapporto dialettico con essa. Dobbiamo cercare in ogni modo di trarre valore dal genius loci, trasferendo il progetto nel suo complesso in una sorta di “orizzonte positivo”.Ad esempio, nel caso del museo di Vigevano, Leonardiana, è il castello, con la sua memoria storica, ad innescare il percorso espositivo per permettere al visitatore di muovere i passi attraverso i luoghi dove lo stesso Leonardo ha camminato, pensato e creato. 

In passato avete lavorato a stretto contatto con Achille Castiglioni. Qual è la lezione che avete ricavato da questa vicinanza e come l’avete applicata alla vostra produzione? 
Sicuramente la nostra formazione discende da questa grossa opportunità di lavorare al fianco di uno tra i più straordinari protagonisti del design italiano; è stata un’esperienza che ha formato il nostro approccio progettuale. Achille Castiglioni diceva sempre “Chi non è curioso non può fare questo mestiere”, ecco sicuramente questo incitamento a guardare il mondo che ci circonda con curiosità e a confrontarsi sempre con esso. Un’altra lezione che abbiamo cercato di apprendere è una costante attenzione al comportamento d’uso e alla percezione delle persone che utilizzano e abitano i nostri progetti. In ultimo, un altro aspetto è legato alla ricerca continua in relazione al processo di progetto e alla sua innovazione più che ad uno stile. Durante la ricerca un errore può essere visto come una qualità su cui poi sviluppare un lavoro: è il coraggio di fare, anche sbagliando, che ti porta alla ricerca e alla reale innovazione .

I progetti del vostro studio sono stati apprezzati in tutto il mondo e premiati con decine di prestigiosi premi. Ma siamo certi che anche voi nutriate una certa (sana) invidia nei confronti di altri illustri colleghi. Quale progetto altrui avreste voluto tanto firmare? Perché? 
Più che invidia parlerei di ammirazione. Certo provo ammirazione e interesse verso moltissimi progetti e progettisti, non solo grandi nomi, ma anche giovani che mi capita spesso di incontrare nelle aule universitarie. Non c’è un solo progetto, ma ve ne sono tantissimi, anche molto piccoli, ma che stimolano la mia curiosità e il mio interesse. Se devo proprio citare una figura di riferimento, posso fare il nome di un grande maestro come Charles Eames, che mi ha sempre affascinato per questa sua costante ricerca di innovazione in ogni campo.  

Avete anche lavorato alla progettazione degli strumenti di comunicazione di aziende e enti culturali, dal semplice logo all'intera immagine coordinata: dispositivi di comunicazione capaci di adattarsi agli usi più disparati pur mantenendo salda e inconfondibile l'identità della marca o dell'ente rappresentato. Esistono parallelismi e cortocircuiti di senso tra l'immagine di marca e l'architettura in senso stretto?
Credo che, nel nostro modo di vedere, vi sia un forte rimando tra la costruzione della brand identity e dell’archittettura. Quando si parla di architettura si parla di strutture, materiali, percorsi, riordinati in un sistema per restituire una determinata immagine, funzione e significato. Questo fa sempre parte di un progetto di chiara identità. Le città si muovono dentro un sistema di identità fatte di abitanti e di architetture. L’architettura è spazio abitato, non monumento, e in quanto spazio abitato è identità di brand in un certo senso, identità di chi vive dentro questo spazio. Allo stesso tempo, il segno grafico nasce comunque da un processo di analisi che si genera dall’interno di un contenuto. Non è un simbolo estetico, è come l’architettura un problema di contentuti e significato. 

“I don't know who invented that fu**ing word 'starchitect'. In fact a journalist invented it, I think. I am not a 'star-chitect', I am an ar-chitect”:
così Frank Gehry stigmatizzava l’uso di questo temuto neologismo che indica i grandi architetti divenuti presto personaggi dello show-biz internazionale. Qual è il percepito di questo dilagante fenomeno tra voi addetti ai lavori?
La personalizzazione è un fenomeno che investe tutti gli ambiti della società postmoderna, dalla politica all’arte, così anche l’architettura col tempo è stata inevitabilmente coinvolta in questo processo di progressiva spettacolizzazione. C’è poi un’incredibile dilatazione della personalizzazione attravero i media. Per quanto mi riguarda, il lavoro di architetto resta comunque il focus principale e penso che saranno sempre più riconoscibili i luoghi e le architetture in grado di mantenere valore nel tempo indipendentemente dall’autore, saranno loro ‘star-pieces’. Il fatto che la gente si ricordi i luoghi più che i nomi, è questo l’importante, la cosa più bella è vedere la gente “usare” i luoghi senza nemmeno sapere che li hai fatti tu (come diceva Castiglioni in riferimento agli oggetti).

Sempre di più l’architettura e l’arte contemporanea in Italia tendono a porsi in netto contrasto con le belle arti e la tradizione, da secoli parte integrante del dna del nostro Paese. Basti pensare ad esempio alle installazioni di Koons e Fabre in Piazza della Signoria a Firenze che tanto hanno fatto discutere. A quanto pare l’accostamento tra antico e moderno non è sempre una scelta popolare. Nel frattempo, le nuove grandi opere architettoniche stanno ridisegnando il profilo storico e inconfondibile delle nostre città. Qual è il pensiero dello Studio Migliore+Servetto in merito? 
Soprattutto per l’Europa, e  l’Italia in particolare, questa è una grande sfida. Siamo un paese ricco di storia e un progettista si trova spesso a doversi confrontare con essa, nella costruzione di nuove strutture o nel ridisegnare l’immagine di alcuni ambienti. Credo che nel trovare un giusto equilibrio tra spinta verso il futuro e sguardo rispettoso, ma scevro di paura, verso il nostro patrimonio storico, stia la chiave di un progetto di successo. Premesso che c’è e deve sempre esistere una preesistenza con cui dialogare, la creazione non esiste, esiste la creatività che non è altro che mettere in rapporto diverse parti del tutto con leggere addizioni. Inoltre, non è possibile ignorare che l’uso delle nuove tecnologie offre oggi infinite possibilità creative e permette di costruire nuovi scenari da abitare. 

Oggigiorno sembra che sia stato concepito e costruito di tutto. Quali saranno in futuro le sfide dell'architettura? 
Oggi c’è una forte integrazione tra spazio pubblico e spazio privato, è pressante la necessità di condividere e usare, la ‘city usability’ (bikemi, carsharing, free wifi…) per rendere la città sempre più ospitale. Ecco credo che l’obiettivo della condivisione delle nostre città, parlando di architettura anche come spazio aperto, sia un terreno su cui confrontarsi. Si aprono poi tanti ambiti legati alle nuove tecnologie, tra cui ad esempio l’uso delle nanotecnologie. Strumenti che offriranno un contributo essenziale nella sempre crescente attenzione verso gli anziani e pubblici più fragili, grazie alla quale sarà possibile dare nuove identità ai luoghi che si caratterizzano, dunque, in base a queste nuovi funzioni.

SHARE ON