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  • Cristina Manfredi

Chiara Arceci, nel mondo del lavoro non tutto ha un perché

È una delle figure chiave del Guggenheim Museum di Venezia ed ex alunna IULM dove si è laureata nel 2003. Il suo mantra? Restare in ascolto e non cercare per forza risposte certe

Modi garbati ed entusiasmo ragazzino: Chiara Arceci, responsabile corporate development del Museo Guggenheim di Venezia si presenta così. Laureata in IULM nel 2003 con indirizzo turistico, ora si occupa delle attività di fundraising, sponsorizzazioni e corporate membership e coordina il board dei major donors privati. Festeggia proprio in questi giorni i 10 anni di lavoro in seno all'istituzione che le ha «Aperto un mondo, facendomi scoprire cosa accade nel dietro le quinte di una realtà come questa».

Come ha costruito la sua carriera dopo la laurea?
«Il mio non è stato un percorso lineare, per i primi due anni ho collaborato con agenzie di comunicazione e organizzazione eventi a Milano. Non è stato semplice accettare contratti di pochi mesi o stage non retribuiti, ma col senno di poi mi rendo conto di quanto mi sia servito entrare in contatto con realtà diverse tra loro. Ho potuto farmi un quadro panoramico molto più ampio del mondo del lavoro».

È un invito ai giovani a non focalizzarsi per forza solo sulle grandi aziende?
«Ogni persona ha necessità a sé, dico solo che all'epoca invidiavo chi era riuscito a farsi assumere in una società e aveva una strada ben tracciata, ora so che io ho guadagnato molto in termini di apertura mentale».

Andiamo avanti con la storia, cosa è successo dopo?
«Mi sono dimessa e trasferita a Rovereto per frequentare un master in Art and Cultural Management. Durante gli studi in IULM avevo capito che potevo trasformare la mia passione per l'arte in una professione, anche se in Italia in quel momento nessun museo o istituzione prendeva in considerazione una figura come la mia. Erano tutti laureati in storia dell'arte, non riuscivano a contemplare che potessero servire anche altre competenze per lavorare in quel settore. Terminato il master, ho collaborato con gli organizzatori del Festival Internazionale di Fotografia a Roma, poi mi hanno chiamata in Biennale a Venezia e infine sono approdata al Guggenheim Museum di Dorsoduro».

In cosa i suoi studi in IULM le hanno dato una marcia in più?
«L'unione di stimoli differenti ha reso il mio apprendimento più ricco. Lì ho potuto affrontare temi di economia, marketing e casi pratici completati da nozioni linguistiche e culturali, ho apprezzato  la buona aderenza con il mondo reale e i servizi allo studente molto curati. Il mio primo stage a New York nel 2000 l'ho ottenuto grazie all'appoggio dell'Università, dove ho imparato a essere autonoma e responsabile».

Cosa invidia agli studenti di oggi?
«La possibilità di essere parte di un circuito di idee e informazioni così ampio. Viaggi, corsi ed esperienze ai miei tempi erano ancora un po' atipici, ora i ragazzi hanno l'input del muoversi e incontrare altre realtà: oggi si deve andare a vedere cosa succede nel mondo».

Cosa pensa invece di poter trasmettere a loro?
«Vorrei invitarli a porsi maggiormente in una dimensione di ascolto, pur rimanendo inseriti in quel circuito di cui parlavo prima. Ascoltare significa captare, apprendere». 

Quando fa un colloquio a un neo-laureato, cosa cerca?
La curiosità. Non mi interessano le competenze perché so già che non le hanno: Le persone curiose hanno una marcia in più, trapela la loro voglia di impegnarsi, capire e mettersi in discussione».

Qual è invece un atteggiamento perdente in fase di selezione?
«Non mi piace quando di fronte a una proposta di progetto o collaborazione chi mi sta di fronte vuole subito sapere la finalità. Sentirmi chiedere a cosa serve e a cosa porterà nello specifico per me è riduttivo. Non c'è sempre un perché sul lavoro, bisogna accettare il fatto che certe cose si costruiscono vivendole».



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